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mercoledì 11 settembre 2013

A Bullfinch fa caldo

Su Bullfinch fa caldo, certo meno che a Greenfield o a Boros, ma comunque  Polaris si fa sentire quando ci lavori sotto tutto il santo giorno. Le bombe lanciate da quei bastardi dei mercenari sono cadute sulle case della periferia, senza pietà, senza giustizia, solo con l’intento di distruggere non curandosi di ciò che c’è sotto. 
Sento dentro di me una rabbia che non è facile descrivere, alimentata dalla consapevolezza che  sono solo le prime bombe. Arriveranno quelle a tappeto e sarà molto peggio. E’ una cosa che ho già visto, tempo fa a casa, durante la guerra a casa.

Sono passati tanti anni però non mi scordo neanche un secondo di quel periodo, never. E’ qualcosa che ti rimane nell’animo e nella mente, sempre pronto a posarsi davanti agli occhi senza preavvisi per non farti dormire la notte. La tua terra in fiamme, il rombo delle corazzate interplanetarie che entrano nella bassa atmosfera, il sibilo delle bombe prima dell’esplosione, i corpi straziati… Dio no! Non posso e non voglio scordare , non sarebbe giusto.
Boros non è mai stato un grande pianeta, l’ammetto, ma è il mio pianeta. Certo, non era facile viverci, non lo è tutt’ora. però è la mia terra.  E’ il posto a cui appartengo, è l’unico posto che posso veramente chiamare Casa. Quando nasci con una terra sai che sei legato ad essa e che quella sarà la tua vita. Non è qualcosa di oppressivo, anzi tutt’altro. Un uomo senza terra è un uomo a metà, gli mancherà una parte di sé.  Io lo so. 

Lo so più che bene.

Mia madre aveva una piccola fattoria, più defilata rispetto al resto del villaggio di Desert River, ma in mezz’ora di cammino riuscivamo ad arrivare al mercato.  Me la ricordo ancora perfettamente, sarei in grado di dire il numero esatto di assi di legno del soffitto oppure la quantità di crepature dei mattoni d’argilla. Eravamo ai confini del Central Desert, a poche miglia di distanza. E’ un posto dove manca totalmente cibo e acqua, se non in rare oasi, e non vi sono rifugi contro il sole torrido di Columba.  Mi  piaceva restare seduto sul davanzale della finestra del retro a fissare il deserto, anche per tante ore di seguito. Mi chiedevo che cosa c’era dall’altra parte, mia madre non lo sapeva, e se era meglio di Desert River. Volevo scappare, fuggire lontano da quel posto dove stavamo male, dove tutti ci trattavano ingiustamente. Quando glielo dicevo a mia madre lei mi metteva le mani sulle spalle e si abbassava sulle ginocchia, così da potermi osservare dritto negli occhi. 

Non si scappa dalle responsabilità e dai problemi Philip. Si convive tutti i giorni con le proprie scelte.

Ricordo ancora le sue parole e forse solo adesso comprendo cosa voleva dirmi. All’epoca ero solo un bambino, non riuscivo a capire perché dovevamo stare male. Io piangevo, volevo scappare. E’ orribile essere umiliati tutti i giorni, sempre, per qualcosa per cui non hai colpa. Non si scelgono i genitori.
Avrei voluto odiare mia madre, ma sapevo che non era neanche colpa sua. Era di mio padre, di quel vigliacco approfittatore. E’ sfuggito dalle sue responsabilità, ben sapendo che gli toccavano.  Mia madre no,  voleva restare lì per dimostrare a tutti che lei invece non sarebbe scappata, no, glielo avrebbe dimostrato a vita. Per lei e per me.

L’ha fatto fino a quando le bombe non hanno cominciato a cadere a tappeto su tutta la regione di Gokinai e di Rock Valley.  La nostra terra veniva bruciata e, improvvisamente, il deserto alle spalle di casa non era più l’unico posto desolato.
Un giorno stavo cercando di tagliare un ciocco di legno mentre mia madre raccoglieva le verdure dal piccolo, quanto sterile, orto che avevamo quando tre raptor solcarono il cielo sopra di noi a una velocità incredibile. Ricordo che mia madre gridò di spavento, mi prese un braccio e mi sbatté  contro il muro, sotto la tettoia.
Io non capivo il motivo di quella paura, anzi continuavo a fissare con gli occhi spalancati quei cavalli di ferro… sì all’epoca pensavo fossero dei cavalli, non avevo mai visto nulla del genere  nella mia breve vita anche se sapevo che esistevano le navi spaziali.  Ero meravigliato, stupito da quelle cose volanti. Erano qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo e incredibile… almeno per me. 

Qualcosa di terrificante per tutti gli altri.

Non si fermarono dai noi, forse neanche ci considerarono, ma si diressero in formazione verso Desert River e sganciarono le loro bombe.
Il rumore era assordante, tanto che io e mia madre dovemmo coprirci le orecchie con entrambe le mani, nonostante fossimo abbastanza distanti dal luogo d’impatto. Poi la terra tremò, così, senza nessun motivo apparente. Finii con il muso a terra, le mani strette sulle orecchie e la sabbia in bocca. Allora anche io urlai di paura.  C’erano delle luci accecanti, sembrava che i tutti lampi delle rare tempeste stagionali si fossero raccolti in un solo punto. 
La nostra cittadina.

Improvvisamente , così come era iniziato, tutto finì.  La terra sotto di noi cessò di sussultare, anche se lo fece in un modo simile all’ultimo rantolo di un animale morente. Mia madre mi spedì in casa con un tono che mai aveva usato, anche se alle mie domande disse che andava tutto bene. Disse che sarebbe andata al villaggio per vedere cos’era successo e mi proibì categoricamente di uscire. Chiuse la porta a chiave e se ne andò lungo la strada con un andatura traballante.  Io la guardai dalla finestra e notai facilmente una grossa cappa di fumo in lontananza.

Ero confuso, ma anche impaurito. Più di quello che era successo mi spaventava l’espressione di mia madre. Non l’avevo mai vista così ed era chiaro anche per me che non era tutto a posto. L’angoscia e la paura mi colsero d’improvviso. Mia madre stava andando dove c’era il fumo!
Non ricordo granché di come ci riuscii, ma scassinai la porta con… non saprei dire neanche cosa fosse… e mi precipitai fuori di corsa, dabbasso, lungo il sentiero di terra battuta.  Quando raggiunsi il villaggio non credevo ai miei occhi. 

Era qualcosa d’impossibile. 

Alcune strutture erano in preda alla fiamme e le strade erano occupate dalle macerie delle case. Poche cose erano ancora in piedi. Gli abitanti correvano avanti e indietro cercando di mettere in salvo il salvabile.
La cosa che mi sconvolse, però,  non erano le fiamme, bensì la moltitudine di corpi spari ovunque.  A terra, in mezzo alle macerie.... c’erano così tante persone in pose scomposte, a volte talmente tanto sconquassate dalle bombe che erano solo una poltiglia di sangue e carne. Il grasso colava dalla pelle di alcuni, altri urlavano in modo straziante per il dolore. L’odore di carne bruciata era ripugnante. Gli altri bambini come me piangevano terrorizzati. Lo facevo anche io, anche se non me ne accorsi subito.  Mi sentii male e caddi in ginocchio, le mani appoggiate sulla pancia e l’anima scagliata sul ciglio della via.  

Se via ancora si poteva chiamare. 

A un certo momento intravidi mia madre correre insieme ad altri con una bacinella d’acqua. Allungai la mano e cercai di parlare, ma non ci riuscii. Non mi usciva neanche un filo di voce, l’avevo persa prima con il pianto incontrollato.
Lei non si fermò, probabilmente non mi notò neanche in tutta quella confusione. Avevo paura, ero veramente terrorizzato. E’ un sensazione così forte che non si può descrivere a parole. Ti senti come dilaniato, nonostante tu stia bene fisicamente. Ero come svuotato da tutto, la paura profonda era sovrana. Non era, tuttavia, il panico provato poco prima, ma qualcosa di diverso. Non ragionavo, non riuscivo a mettere insieme nessun pensiero logico. Ero… non so neanche io come spiegarlo. 

Ero vuoto e stordito.

Mi costrinsi ad alzarmi  e ad andarle appresso, anche se barcollavo nel passo.  Percepivo le gambe molli, come la pasta del pane non ancora lievitata. Sembravano non volermi sostenere per farmi andare avanti. La Main Street era uguale all’ingresso del villaggio: Fuoco, fumo, puzza di carne bruciata, feriti e cadaveri. Ero un bambino, ma presto mi abituai a quella vista.
Ci furono altre scariche, finché mia madre decise che dovevamo andarcene da casa. Nel giro di pochi mesi la situazione era diventata insostenibile. Non c’era più cibo, le poche coltivazioni erano state distrutte, l’acqua era inquinata, le malattie imperanti ed oramai eravamo rimasti solo un cinquantina, forse anche meno. Profughi, ecco cosa eravamo diventati.   
Dei profughi.

Mia madre mosse per Goinaki, alcuni vennero con noi, altri invece si spostarono non so dove. La città era più soggetta ai raid perché bersaglio facile, l’avevamo imparato, ma ormai eravamo alla carestia. Quel poco di vettovaglie che c’erano arrivavano direttamente in città, non avevamo molta scelta. O morivamo di certo per fame o malattia oppure rischiavamo di morire sotto le bombe.
Avevo sempre sognato di andarmene, ma non in quel modo, non così. Sapere di star lasciando casa tua, probabilmente per sempre, è un dolore, una tristezza che ti scava dentro. Mia madre mi disse che potevo piangere solo una lacrima, soltanto una, a patto che fosse buona. Era dannatamente buona.

Una mano sulla spalla mi riporta prepotentemente al presente. Mi accorgo di avere gli attrezzi in mano e di star fissando il vuoto, chissà da quanto. Il proprietario della mano mi comunica che la giornata è finita, che posso andare a riposarmi un poco e che il caldo fa brutti scherzi alla testa. 
A Bullfinch fa caldo… troppo caldo.

mercoledì 29 maggio 2013

29 May - Unification Day

Il ragazzino apre gli occhi due minuti prima della sveglia puntata, quasi avesse l’istinto innato di anticiparla dopo una notte insonne.  Sbatte le palpebre ma c’è sempre buio intorno e solo dopo qualche istante si rende conto che resterà buio finchè non accederà la luce. Non si è ancora abituato al fatto che la sua giornata non segue i ritmi di un sole nascente fino al suo calare. 

Non ha dormito quasi nulla, se non a piccoli spezzoni disturbati da incubi e lunghe ore a fissare il soffitto metallico. Sa che giorno sta per arrivare, uno dei più brutti dell’anno.


-HAPPY UNIFICATION DAY!-


I due minuti sono passati e la sveglia dell’holodeck richiama la sua attenzione con quella ricorrenza del calendario. Il ragazzino va a guardarla con aria svogliata, come se non avesse la forza di alzarsi per spegnere quella scritta holoproiettata. La forza però gli viene quando il deck comincia a riprodurre le prime note dell’inno Alleato; Il giovane scatta in piedi e l’afferra con un moto veloce e quasi rabbioso. Il primo istinto è spaccarlo contro la finestra, ma poi conta mentalmente i soldi spesi e lo rimette giù sulla scrivania, limitandosi ha spegnerlo. Nella sua testa passa l’idea che è un prodotto corer, c’era da aspettarselo, farà in modo di cancellare queste stupide ricorrenze dalla memoria quando prima.

La stanza è silenziosa, Beth deve esser uscita prima di lui, e quindi decide di cambiarsi con la divisa e sparire allo spazioporto per qualche riparazione complicata, giusto per non esser in mezzo alla gente. Il piccolo pannello nell’angolo cottura mostra i vari cibi sintetici pronti da produrre, ma il ragazzino si limita a un bicchiere di latte, o almeno quello che dovrebbe esser il suo sostituto energetico. Non ha fame, lo stomaco è chiuso in una presa di nausea. Mentre sta raccogliendo le sue cose arriva una comunicazione sul cortexpad aziendale, una comunicazione che non promette nulla di buono.


-Devi sostituire Jason al bancone del Roadhouse. A quanto pare sta male e gli altri sono già di turno.-


Una smorfia compare sul viso del diciottenne, mentre va a infilarsi l’aggeggio elettronico in tasca. Il Roadhouse, il giorno della Sconfitta…. Ci sarà una scazzottata, sicuro e lui non sarà imparziale già lo sa. Un altro sospiro accompagna la camminata verso la porta della stanza. Da lì al Roadhouse ci sono solo tre livelli, troppo pochi.

La mattina passa tutto sommato in modo tranquillo a parte qualche piccola scaramuccia ai tavoli, almeno finchè un uomo sulla quarantina con l’accento tipicamente del Core comincia ad osannare ad alta voce l’Alleanza per aver sconfitto i vili Browncoats quattro anni fa, facendo seguire una miriade d’insulti. Le voci si rincorrono tra i tavoli, chi per una parte chi per l’altra. Il ragazzino stringe forte il bancone, Ming davanti a sé che gli dice di fare un respiro profondo e di non arrabbiarsi. Gurtrud che prova a far calmare gli animi della sala, Alan che arriva e si trattiene a stento, Beth che si porta il ghiaccio al labbro.


-I am a good old rebel now that's just what I am and for this United Nation, I do not give a damn.
I'm glad I fought against them, I only wish we won.
I ain't asked any pardon for anything I've done… -


Lui comincia a cantarla a bassa voce, per non farsi sentire più del necessario, ma dopo qualche istante metà della sala segue il ritmo della canzone indipendentista. Alan sembra rincuorarsi un poco e la rissa è imminente. Una rissa che è solo una pallida proiezione di ciò che è stata la guerra, di ciò che è ancora la guerra per molti. Ming prende le redini e sale sul palco esibendosi a nome della Shouye, in breve cala la calma in sala. La rissa è stata evitata, ma né Alan, né Beth né il giovane meccanico sembrano trovar pace infondo allo stomaco. Odio, mescolato a dispiacere e dolore. Una mistura che anche dopo anni corrode le vene e i nervi.

Finite le canoniche nove ore di turno, la porta della sua stanza si apre e lui si butta sul letto con tutta la divisa, sperando solo di addormentarsi per scordare la giornata. Sa bene che non accadrà, ogni anno sono due notti insonni, distorte da incubi e rammarichi di una guerra persa, di una speranza infranta, di una rivincita troppo lontana e di una solitudine strisciante.

La sveglia del deck suona nuovamente e il ragazzo apre un occhio con fare scocciato, indolente, pronto già a guardare sospirando l’holoproiezione della comunicazione per la fine del 29 Maggio. 
Niente di tutto questo accade. A caratteri cubitali viene proiettato sul muro della stanza, in diverse riprese:


-STRAGE A CAPITAL CITY, HORYZON, DURANTE LA PARATA ANNUALE DELL'ALLEANZA.. 
ESPLOSIONE DI BOMBA TRA LA FOLLA. 
9 MORTI. 
ALMENO 30 FERITI ACCERTATI, MA IL NUMERO CONTINUA A SALIRE, FORSE 50.
2 BAMBINI GRAVI.  
PROBABILE MATRICE INDIPENDENTISTA.-


Con uno scatto è in piedi, la giacca poggiata sul letto che scivola bruscamente fino al pavimento. Una gioia profonda lo invade, incontrollabile, così come incontrollabile è il senso di colpa immediatamente successivo. Sa che dovrebbe essere scosso e orripilato. Sa che è sbagliato, imperdonabile agli occhi degli uomini e di Dio. Sa che non dovrebbe sentire quella gioia. Sa che avrà del rimorso, ma questo verrà dopo.
La guerra non è ancora finita, no. Ora l'hanno capito tutti, perfino i core. 
Un fugace sorriso si forma sul viso nell’oscurità della stanza, illuminata solo dalla proiezione della notizia cortexdiffusa.


-Happy Unification Day.-





sabato 20 ottobre 2012

Me too...


-Phil.....--Phil?-
-Philip!-


-Umh...-
-Phil... perchè hai quella faccia? E perchè respiri così velocemente?-
-....................-
-Stanno... Stanno per arrivare le navi delle bluejacks?-
-Aye.-
-Phil secondo te, come andrà a finire?-
-...................-
-Umh?-
-Non lo so Maya, non lo so.-
-Non moriremo vero?-
-Non... non ti preoccupare Maya, andrà tutto bene.-
-Davvero? Anche se ci bombardano?-
-Anche se ci bombardano. Ce la caveremo.-
-Sicuro?-
-Dobbiamo essere strong, Maya. Questo è sicuro.-
-E'... è vero che se... se moriamo andiamo tutti in...in paradiso?-
-Io... io... Io credo di sì Maya.-
-Anche i miei genitori sono lì?-
-Sì, anche loro.-
-Tu, tu... hai paura Phil?-
-..................-
-Io ho paura Phil, tanta! Non voglio morire e ho il cuore che batte veloce.-
-Me too Maya, me too.- 



[Scorcio sui pensieri dei due ragazzini prima dell'inizio della Serenity Valley, ad Hera]

martedì 2 ottobre 2012

No tomorrow, just today...


-Natasha, che cazzo ci fai qui?! Stanno arrivando le navi!-
-Io voglio restare qui!-
-Non dire cavolate, devi andartene! Insieme agli altri bambini nei rifugi!-
-Tu devi venire con me, io non ci vado da sola.-
-Non posso. Dobbiamo spegnere tutti i reattori, sennò la fabbrica salta in aria.-
-Non mi interessa, io non ci vado.-
-Cazzo Natasha, non metterti a discutere! Fila via!-
-E va bene, ma mi devi promettere che vieni anche tu al rifugio appena finisci.-
-Nath, io... non lo so se...-
-...........................-
-Okay, I promise! Now, run away... fast!-
-Ok, I'll wait there!-
-Dai Natasha, muoviti. Vai via!-
-Ragazzino, che cazzo stai facendo!? Dobbiamo spegnere sto minchia di reattore ADESSO! O vuoi forse morire qua?!-
-No no, eccomi! Cazzo, stavo mandando ai rifugi Natasha.-
-Non me ne fotte un cazzo di quella orfanella che ti sei preso a cuore, sono stato chiaro?! Ora MUOVERSI!-
-Aye! Vado alle bobine!-

-Ehi ragazzino, sei ancora vivo allora!-
-Che cazzo credevi, che fossi saltato in aria?-
-Non sarebbe affatto strano, visto quello che ci hanno mandato addosso.-
-Aye... beh siamo stati fortunati.-
-Aye aye. Non come quei poveracci nei rifugi.-
-Cosa? What?!-
-Mi pigli per il culo!?-
-..........................-
-Davvero non lo sai? Quei bastardi gli han fatti saltare in aria tutti. -
-No, it's a lay!-
-No, it's the true. Hanno localizzato la gente che si ammassava e hanno buttato giù 4 bombe. Non è sopravissuto nessuno. Ed era pieno di bambini...-
-NATASHA!-

mercoledì 26 settembre 2012

E la gioia che c'è in noi...





"Questo è il tempo in cui, sperare non è facile. E la gioia che c'è in noi, nel vento vola via..."


Quante volte mi è venuta in mente questa frase. Così tante che forse ne ho perso il conto.
Nel 'rim gli adulti non hanno più gioia, non sanno più sperare. Li guardi e vedi solamente disperazione e dolore.
Hanno perso tutto, non hanno più niente... Neanche se stessi.
Pensano a quello che erano prima della Guerra e a come sono ora. Si crogiolano nel dolore della perdita della loro vita.
Molti non hanno ripreso a vivere, li guardi e capisci che sono morti dentro. Hanno rinunciato a qualsiasi moralità, sono dei criminali. Ma non erano così, non tutti erano così prima della guerra.
La gioia vola via, non c'è più nel mondo in cui vivo.

A volte qualcuno mi chiede come faccio a ridere e a scherzare dopo tutto quello che è successo.
Dopo che ho visto la gente del mio pianeta decimata dalle bombe.
Dopo che la fattoria di mia madre è saltata in aria, con lei dentro, quando avevo 10 anni.
Dopo che ho portato i messaggi tra un paese e l'altro rischiando di farmi ammazzare dalle pallottole dell'Alleanza.
Dopo che sono stato portato ad Hera a soli 12 anni per fare dei turni massacranti di 14 ore, in modo da produrre armi per l'esercito indipendentista.
Dopo che ho visto la Serenity Valley con appena 15 anni sulle spalle.

Dopo che...

Basta, non voglio andare avanti con l'elenco, riuscirebbe solo a farmi deprimere e io non posso essere triste.
Già, proprio per questo io rido e scherzo. Non si può essere tristi in questo mondo, perchè la nostra vita lo sarà di conseguenza.
Per loro la mia vita, così come quella di tanti altri ragazzi come me, è qualcosa di anormale . Loro hanno avuto un'infazia, sono stati bambini, poi ragazzi, poi uomini e poi soldati...
Io no, non so se sono arrivato all'infanzia.
 
Non sono mai stato un bambino, ma è stata comunque la mia vita.
Loro provano dolore per la vita che gli è stata rubata, che gli è stata portata via con la forza. A me non è stata concessa la possibilità di provarla, io ho solo questa.

Per me è normale vivere così, non conosco nessun'altro modo.
Io non mi sono addormentato con ninnananne, bensì con i rumori della catena di montaggio per le armi.
Non ricordo che cosa si prova a ricevere una carezza, ricordo solo il freddo dei cadaveri e il caldo della fabbrica.
Non ricordo cosa vuol dire abbracciarsi, ricordo solo quando ci si teneva stretti per difendersi dalle bombe che piovevano del cielo.

Quindi quando qualcuno mi chiede come faccio a ridere e ad essere allegro la mia riposta è:
"Rido perchè sono vivo, perchè la guerra non mi ha portato via niente. La mia vita rimane la cosa migliore che ho."