lunedì 24 marzo 2014

Videochiamata

E' notte fonda dentro l'Almost Home, ma il giovane meccanico è ancora in giro per la ve in preda ai morsi dell'insonnia provocati dagli incubi sulle recenti taglie e quelli più vecchi della Guerra.
Winger gli ha detto che aspetta un bambino dal Capitano Neville e che presto avrà un fratellino o una sorellina, ma che non intendono sposarsi. Questo, nonostante tutto, è la cosa che preoccupa di più il ragazzo. Non si può avere un figlio senza sposarsi, ennò.
Acchiappa l'Holodeck da sotto il letto e si fionda in stiva, dove sa che non disturberà nessuno. Lo accende e fa partire la chiamata verso il contatto dell'altro Neville, incurante dell'orario.

-Capitano Neville? Mi senti?- Domanda il ragazzo all'indirizzo dello schermo del deck, mentre si sposta ancora di qualche passo in modo da cercare di prendere il miglior segnale possibile dalla stiva. -Magari prova a spostarti un po'...-
Effettivamente il segnale non è ottimo, e la voce oltre che roca sembra rimbombare in uno strano silenzio -mh..Philip..?- si sente tirare su con il naso dall'altra parte della comunicazione e un fruscio. La voce rotta dal sonno di Vergil comincia a diventare più nitida, seppur a volume basso. Il video ancora spento -Kiddow, lo sai che ore sono?-
Il ragazzo si assesta su una cassa precisa della stiva, dove dalla sua parte sembra esserci un segnale decente. Il suo video del suo deck è già attivato. Inarca un sopracciglio quando sente un rantolare assonnato. Annuisce poi, tranquillamente, alla domanda di Vergil. 

-Aye, certo che lo so. Da me sono le quattro del mattino... su Saint Andrew... amh... le sei?- Il tono un poco incerto. Un espressione dispiaciuta compare poi sul viso, quando realizza che forse è troppo presto -Ti ho svegliato?- 
-Ahm...- Nella stiva si sente uno schiocco di labbra provenire dallo schermo ancora nero del deck. A certo punto esso di accende e il viso di Neville, con le tipiche borse da sonno, compare in tre dimensioni.
-Sì, forse.- risponde l'uomo, biascicando in relazione all'orario. Poi un sorriso compare sul suo viso -E' okay Kiddow, mi sposto di là altrimenti sveglio la Princiseppia- aggiunge ghignando,  indicando con il capo una zona a sinistra. Il movimento fa notare al ragazzo che effettivamente era a letto, ed è a torso nudo.
-Amh.. ah... scusa, non volevo svegliarti... è che pensavo che... alle sei.. eri già in piedi.-
-Dimmi tutto..Soprattutto...- Gli replica Vergil per poi fare una pausa, mentre l'osserva in sottostecchi con un espressione preoccupata -che diavolo ci fai sveglio alle 4 del mattino?-
Il ragazzo scrolla  le spalle con un movimento noncurante -Beh... niente. A volte mi sveglio la notte e non riesco a riaddormentarmi più. Well, comunque... ti ho chiamato perchè... Winger mi ha detto che aspettate un bimbo e che non la vuoi sposare, ancora.-
-Dritto al punto, Kid...- Risponde il Capitano, inarcando la solita guancia in un sorriso sghembo, divertito -Sono due gemelli in realtà, prega solo che non siano femmine altrimenti sarebbe come trasferirmi su Fargate.-
-What? Due?- Esclama il ragazzo, spalancando gli occhi azzurri in un moto sopreso e interdetto. Dal deck proviene un ruomore tipico di quando si scarta qualcosa, ma il ragazzo non riesce a vedere a cosa sia dovuto

-E..quest'idiozia del matrimonio? Per carità, massimo rispetto Phil..ma...- Un alzata di spalle.
Il ragazzo storce il naso, con un espressione chiaramente contrariata.

-Non è un idizia Capitano Neville! E' una cosa importante! Mica puoi far un bim... due bimbi senza sposarti eh! -
-Mh?!  Are you kiddin me, kiddow?- Risponde l'uomo inarcando poi il proverbiale sopracciglio sinistro, quello da simpaticone.
-Capitano...- sospira rassegnato il ragazzo, mentre va ad abbassare un poco la testa.
-Fare bambini è una cosa importante, e non credo che i nostri antenati non si riproducessero prima di Dio e i Santi, Kid..o no? -
Un filo di fumo si dipana nell'inquadratura e una tazza occupa gran parte del viso dell'uomo lasciando solo i grandi, semichiusi, occhi neri a fissare il ragazzo.
-Dai! Hai capito benissimo che ti voglio dire. Ora che l'hai messa incinta mica puoi non sposarla. E' importante!- Esclama verso l'uomo andando ad annuire Lo sguardo si concentra sul filo di fumo che compare sullo schermo, così come la tazza. Il ragazzo alza mano destra e punta l'indice dall'altra parte. -Che ti stai bevendo? Sai fumare fa male?-
-Caffè, cazzosanto!- risponde Neville ridacchiando, per poi abbassare la tazza -E sono già tre settimane che non fumo più nella cabina e in plancia.......Io.-
-Mmmmh- assottiglia gli occhi, diffidente -Tu? Beh anche Winger avrà smesso no?- La domanda cade nel vuoto.
-Comunque se ti fa piacere Kiddow posso farli battezzare..da qualcuno, ma è una decisione che dovrà prendere Winger.- 
-Beh.. per battezzarli ci vuole il reverendo per forza di cose. Mica può farlo uno a caso eh.-
-Dai Philip, serio. Perché è importante, sentiamo.-
-Come perchè? Perchè quando uno uomo mette incinta una donna la sposa, altrimenti lei finisce a fare la Billie Jean e il bimbo che nasce è considerato un bastardo- Risponde il ragazzo, senza neanche un briciolo di cattiveria. Infondo è sempre cresciuto con quella mentalità che gli ha lasciato un marchio simile addosso.
-Phil..okay, d'accordo.  E' chiaro il problema.- Risponde l'uomo, annuendo serio, mantenendo però un volume basso -Non è così, e lo sai. Non per me e per Molly. I miei figli porteranno il mio cognome, e avranno sempre un padre. D'altronde...- L'uomo si ferma ferma e va ad ammorbidire i lineamenti e far emergere la punta di un sorriso.
-Umh?-
-Non ho mica dovuto sposare tua madre per adottarti, no?-
Il giovane meccanico di Boros è costretto ad incassare a testa tra le spalle, mentre un moto di rossore compare sul viso. Non lo dice, ma è chiaro che quelle parole e quel sorriso gentile non possano che fargli sciogliere il petto e anche la bellicosità testarda sul matrimonio.
-Per amare una donna, Kiddow, non è necessario Dio. Per farci dei figli neanche, e neanche per crescergli con l'amore che meritano.-
-Ammettiamo che per Winger vada bene, umh? Per gli altri non andrà così, perchè dove andrai ad abitare li indicheranno perchè non sono nati in modo giusto.-
-Dai ragazzo, non fare il fesso.  A chi vuoi che freghi se io e lei non siamo sposati? Ha un cognome? Sì. E' stato battezzato in chiesa? Sì. Ho girato il 'Verse in lungo e in largo, e ho passato i miei ultimi 35 anni fottendomene di ciò che pensavano gli altri.... non comincerò certo adesso, Kiddow.-
-Li prenderanno in giro capitano. You know.-
-Puoi essere certo che nessuno prenderà in giro qualcuno della mia famiglia. Quindi chiudiamo qui il discorso, right?- Il tono dell'uomo è fermo e deciso, così come la sua immagine proiettata dal deck del meccanico.
Lui fa un sospiro rassegnato, probabilmente intuendo che non ci caverà un ragno dal buco, almeno non quella notte.
-Pensate già a qualche nome?- domanda dopo un istante andando a scuotere la testa con aria sconsolata
-Mmm..Anya e Ann Eir.... se sono femmine. Se maschi dovrebbero essere William e Jacob. Non ho nessuna intenzione di omaggiare quel nasone di Ritter. Anche Philip non mi spiacerebbe in effetti, ma c'è giàun Philip Neville, dico bene?-
-Ann Eir mi piace.- Ammette il meccanico verso Vergil, incassando la testa tra le spalle alla sua considerazione. Non ne può fare a meno. L'imbarazzo è qualcosa che non riesce a controllare.
-Piuttosto..mi devi spiegare che cazzo ci fa il tuo nome fra una lista di taglie che gira su tutta la rete cortex.-  Il tono dell'uomo è di nuovo tremendamente serio ma tranquullo, così come l'espressione che viene proiettata nella fredda stiva.
-Non lo so. Qualcuno che fa qualche cazzata.... lascia perdere.- Il tono del ragazzo è tutt'altro che pacato. I muscoli gli si irrigidiscono all'istante, mentre un moto d'ansia lo prende di nuovo allo stomaco. Si aspettava la domanda, ma non vuole tirare in mezzo quella che sta diventando la sua famiglia.
-Sta attento tu Phil, a non fare cazzate. Ora farò un po' di domande in giro e cercherò di scoprire che roba è e chi ha messo la voce in giro. Ora...-
-Nay Naye, capitano Neville. Non ti voglio in mezzo a questa storia! L'ho detto anche a Winger, ci stiamo già pensando noi.- Esclama animatamente il ragazzo, gesticolando con le mani. No, non può rischiare di mettere anche loro nei guai
-...devo andare. La signora il mercoledì richiede la mia presenza al suo risveglio.- Risponde Vergil tranquillo, come se la richiesta non fosse importante.
-Non vi voglio nei guai. Please!-
-Ti ho mai detto che mi era difficile immaginare Molly Cox ancora più intrattabile? Beh, mi sbagliavo kid..mi sbagliavo alla grande.-
-Capitano Nev...!-
-Stammi bene, ti chiamo appena avrò notizie.- La proiezione animata dell'uomo gli rifila muto cenno d'assenso, sorridendo e annuendo con la testa.
Lo schermo diventa nero.

Il giovane meccanico si butta con la schiena indietro, contro lo scatolone su cui era seduto. Scuote la testa mentre sbuffa con fustrazione.
Non ha rimediato un matrimonio e neanche di tenere Vergil fuori da quella storia. Conosce quel sorriso, è un ghigno.
-Ottimo risultato Philip. Bravissimo...-

martedì 18 febbraio 2014

Gli uomini non piangono

 Boros - 2503
Desert River

Kioji lo spinge ancora, fino a farlo ruzzolare giù dalla piccola scalinata di argilla che porta dal sagrato del monastero al piazzale antistante.
Si brucia le mani e il ginocchio destro, da cui esce un poco di sangue. Gli fa male anche il naso, visto che è atterrato di faccia sul terreno.
Gli occhi cominciano a bruciare per via del dolore e dell'umiliazione appena subita. Non si tira dritto, rimane steso con il grugno schiacciato contro il terreno mentre un paio di lacrime cominciano a scendere sulle guance.
- Che fai bastardo? Piangi? - Domanda arrogante Kioji, mentre un coro di risate si alza dagli altri bambini intorno.
Quello a terra alza un poco il viso andando ad inquadrare lo sguardo severo della propria madre, che lo osserva da lontano, senza muovere un muscolo. Non risponde, gli occhi gli bruciano troppo, mentre le lacrime continuano a scendere senza che lui possa controllarle.
- Avete visto? Il Windson sta piangendo! - urlacchia malefica un altra voce acuta, da bambina, seguita ancora da altre risate.
Lui guarda la madre che lo fissa, le braccia incrociate sotto il seno. Lei non si muove, non parla, ma il bambino sa benissimo cosa gli sta dicendo: Gli uomini non piangono.
Ma lui ha solo sette anni, non è un uomo. Gli uomini non piangono.
 



Boros - fine 2508
Gokinai

E' in piedi di fronte alle macerie della fabbrica di argilla nella zona Sud della capitale. Ci sono altri ragazzi come lui, ma stavolta nessuno ride. Nessuno prende in giro nessuno, sono incredibilmente uniti in un dolore troppo grande per essere compreso appieno a quell'età.
Alcune donne si disperano, mentre i pochi uomini rimasti e i soldati di stanza in città cercano di estrarre i corpi carbonizzati dalle macerie.
Il ragazzino non parla, osserva la scena con gli occhi sgranati e vuoti. Non s'illude neanche per un secondo, sua madre era lì dentro e di lei resta solo un corpo carbonizzato insieme a decine di altri.
Un soldato che lo conosce, Samuel White, gli si avvicina e va ad accovacciarsi di fronte.
-Mi dispiace boy.-
Il ragazzino in un primo momento
non risponde e gli ci vuole una scossa alla spalla per fargli girare gli occhi azzurri, umidi, sul soldato. La recluta lo fissa per un paio di secondi, prima di stringere con decisione la spalla del ragazzino in lacrime. A lui scappa qualche singhiozzo trattenuto mentre abbassa il viso.
-Hey boy...gli uomini non piangono.-
Il ragazzino va ad annuire, mentre il dorso della mano destra si porta sugli occhi azzurri per cercare di asciugare le lacrime che gli escono prepotentemente. Pensa allo sguardo severo di sua madre e le ferma, costringendole a rimanere serrate dietro ai giovani occhi.
Non è ancora un uomo, è un ragazzino, perchè gli uomini non piangono.

--------------------

Diventerà un uomo ben prima del tempo canonico perchè non piangerà più per tutta la guerra e neanche dopo. Ha giurato di non piangere più. Non lo farà neanche alla scoperta della sua mutazione. Perchè gli uomini non piangono.
-Piangi Philip e rialziati più forte di come sei. -
-Io non piango più dalla guerra, Lars. Non ho intenzione di inziare ora. -


E invece si ritroverà a piangere nella cabina di una nave passeggeri partita da Capital City per Hall Point, nella di metà Febbraio del 2516.
Ha chiuso la porta a chiave appena è entrato, un gesto istintivo. Poi si è buttato sul letto metallico, schiacciando il viso magrissimo contro il cuscino proprio come aveva schiacciato il muso contro il terreno di Deser river tanti anni prima. Non riesce a controllarsi, esattamente come allora.


Piange per la conclusione definitiva della storia tra lui e Beth, per la vita che avrebbe potuto avere, a cui ha rinunciato, e che non avrà più.
Piange per la litigata con John, per la paura di perderlo di nuovo, vedendolo allontanarsi su una strada sbagliata. Piange per le bugie, che non potrà mai svelare, raccontate a Lars.
Piange per Moloko, per il Doc e il loro bambino perchè vorrebbe dirgli che li proteggerà, ma sa che sarebbe inutile. E'certo di non esserne capace, non riesce mai a proteggere nessuno.
Piange per la propria anima, per quella di Klaus e dei propri compagni, dirette in rotta di collisione verso l'Inferno, nella speranza di creare un futuro migliore per se stessi e per gli altri.
Piange per la gente oppressa di Safeport, per i bambini delle scuole diroccate, per i lavoratori delle fabbriche e per quelli che oramai si sono persi nella criminalità.
Piange per i morti della guerra di Polaris, per i suoi commilitoni e per i vivi di Bullfinch lasciati a se stessi perchè sopravvivere è più difficile. Lui lo sa.
Piange per Myar e il Black Oak Ranch, per le speranze disattese e per le delusioni date e prese. Piange per gli amici diventati nemici, quasi senza una reale ragione. Piange per quello che è stato e che che sarà mai più.
Continua a piangere fino a svuotarsi i polmoni contro il cuscino, fino a tornare alla Grande Guerra, ad Hera e al Boros di tanti anni prima.

Piange come non ha mai fatto in tutta la sua vita perchè gli uomini non piangono, mai. ma al momento lui è solo un diciannovenne con un passato troppo grande, un presente troppo doloroso e un futuro troppo incerto.

Per l'intera notte ha smesso di essere un uomo, trascinando fuori con le lacrime tutto quello che in quegli anni si è tenuto chiuso dentro... perchè gli uomini non piangono.
La mattina, se si può parlare di mattina su una nave, si alza con gli occhi brucianti e secchi. Si accorge però, di riuscire a respirare meglio, come se gli avessero tolto una pietra da sopra il petto. Il respiro è profondo, preciso e calmo, come non lo sentiva da tanto tempo.
E, dopo mesi interi, si accorge di avere una gran fame.

sabato 9 novembre 2013

Just one hour

 [Scritto a quattro mani dai player di Philip e John]
 
La Renshaw è completamente operativa, ed a seguito dello stoccaggio, pronta per Greenfield. La sala macchine è in perfette condizioni, ogni processo meccanico ed elettronico è stato controllato e ricontrollato, ma ancora non intendo lasciarla. E' tardi e la maggior parte dei compagni sono fuori per le poche ore di licenza prima della partenza, ma io resto a ricontrollare fino all'ultimo decimo, i valori del motore o dei sistemi vita. Non mi pesa, anzi! Il mio lavoro è una delle poche cose che mi far star bene, in cui so prendere decisioni certe, in cui conosco le conseguenze degli eventi ed in ogni azione. So quale bullone stringere, quale bocchetta aprire, quale connessione effettuare e quale circuito azionare. È il mio mondo ed all’interno di esso non regna il caos perché riesco a controllarlo.

Ho finito da un pezzo il turno e ho il permesso di tornare al campo e buttarmi in branda in ogni momento, ma so per certo che non riuscirei a dormire. Durante la strada che dallo spazioporto porta al campo sarei costretto a vedere lo sguardo di quelle centinaia di persone affamate che si raggruppano intorno ai falò. Non voglio vedere la tristezza negli occhi degli altri soldati, data dalla mancata sicurezza della guerra. Voglio stare da solo per qualche ora dando sfogo a questa paura che sento scuotermi l'anima. Fra queste pareti d’acciaio, in mezzo a questo ronzio persistente, ho la certezza delle mie azioni. E non ho paura. Non la mostro davanti agli altri perché non voglio che si preoccupino per me, non voglio che mi considerino un debole o che mi compatiscano. Non sono più un ragazzino, sono cresciuto. Ho tenuto le redini di un Ranch e mi sono arruolato per combattere una guerra in cui credo. Non sono più un ragazzino, anche se a volte … ho la stessa paura di un tempo.

Ho appena finito d'inserire la correzione di alcuni parametri del motore,confermare l’operazione chiudendo il terminale che si inserisce all’interno della colonna di comando, quando avverto una strana sensazione: un formicolio lungo il collo. Mi volto e noto gli occhi di Nami che mi osservano. Se ne sta poggiata con la spalla al bordo della pesante porta stagna, con le braccia intrecciate sotto seno da diciottenne ed un sorriso astuto sul volto, come quello che ha un gatto randagio che tiene sotto scacco un topo in un angolo. Conosco bene quella posa, è quella delle persone vispe, spigliate ed sicure di sé. Quella dei ragazzini provenienti dai bassi fondi, cresciuti a mazzate, furtarelli, raggiri e doppi giochi. Come quello che aveva John un tempo. Mi manca quel sorriso sul viso di mio fratello, diventato quasi come una macchina ora. 

La giovane pilota mi fissa con gli occhi chiari e mi trapassa come se fossi di vetro. Ha un sorriso beffardo sul viso ed non so perché ma ho la certezza mi stia fissando già da un bel po'.
Credevo di essere solo, in nave.
Ciao Phil.
Hi… Ti serve qualcosa?
Aye, effettivamente…” Si avvicina di un passo mantenendo quell’espressione astuta e divertita come se sapesse di uno scherzo che sta per accadermi, lasciandomi del tutto perplesso. Cerco di fare rapidamente mente locale mentre distolgo lo sguardo per chinarmi sul tech kit per issarlo su di un banco. Non conosco la rossa da molto tempo. Abbiamo condiviso solo una missione quando John mi chiese di tornare su Boros e fu una sorpresa sapere che si era arruolata nell'array. Non che l'abbia vista molto anche dopo ciò. La maggior parte del tempo non era mai disponibile. Ogni volta che Red era libero, lei si chiudeva in plancia con lui per apprendere il più possibile sulle rotte spaziali e quando non erano di turno nei relativi reparti, le si allenava con Sharpe o si chiudeva in camerata a leggere chissà quale libro. La persi addirittura di vista quando John, Red e Klaus furono catturati. Chiese un trasferimento in un altro battaglione, per poi tornare solo di recente. 

Okay. Amh... che ti serve Nami?” Chiedo frugando con noncuranza all’interno del tech kit “Se cerchi i file delle carte spaziali per domani, gli ho già dati ad Eivor.
Sai, stavo pensando… domani partirò e potrei non tornare più … quantomeno non viva…” Sento la sua voce improvvisamente vicina e allora alzo di scatto la testa, non avendola sentita avvicinarsi così di soppiatto. Ora capisco perché fra gli O-Aka la chiamavano “La gatta”.
Come cavolo hai fatto a..?” Lei mi guarda. Si avvicina ancora. “Cazzate comunque, tornerete tutti Abbiamo parecchio da fare.” esclamo io con un tono di voce che vorrebbe esser deciso. Infondo lo spero davvero.
...e pure tu potresti lasciarci le penne, anche se rimani qui.” aggiunge allargando un sorriso complice.
Grazie eh!” Commento ironico, accorgendomi solo ora della porta stagna richiusa alle sue spalle. La cosa non mi piace. “Hai chiuso la porta? Potrebbero aver bisogno di…
Non c’è nessuno sulla nave, sta tranquillo.” Era brava., furbamente brava. A camminare, a muoversi, a parlare. Su di lei l’accento melodico del nostro dialetto risulta parecchio affascinate, insieme ai grandi occhi nocciola. “Sei in debito con me, Phil.
What?” Domando perplesso e mi accorgo che ho ancora le mani bloccate tra gli attrezzi del tech kit. Rimango immobile a fissarla, anche se dopo un istante giro lo sguardo su un vecchio e sporco vetro, che mi rimanda indietro un me stesso con la fronte corrucciata e l'espressione stranita.

Pensavo a quella volta che mi hai rifiutata a Gokinai.
Ero impegnato.
Non lo sei più.” obbietta lei con una semplicità disarmante.
Nami d-d-evo lavorare.” Sfilo le mani e le alzo istintivamente come per difendermi e negare la situazione stessa. Intuisco al volo il motivo per cui lei è venuta in sala macchine, ma non posso assecondarla. Sarebbe sbagliato, sotto ogni punto di vista. Sento un grosso nodo al petto che mi impedisce di respirare come vorrei.
Oooh Nick! Finiscila, di fare il moccioso, non ti sto mica per pestare!” sbuffa scocciata.
Do-dovresti andare a-a d-d-dor-mire.” balbetto come un deficiente, completamente imbarazzato. Sbatto contro qualcosa. Il bancone dietro di me frena la mia tentata fuga, intrappolandomi
Un sorriso furbo compare sul suo viso mentre rallenta il passo, vedendomi bloccato tra lei e il bancone. L'aveva chiaramente studiata.
Ma io ho intenzione di andarci...” il suo tono si abbassa e diventa più roco, tanto che il respiro mi si blocca in gola per qualche istante. “... non da sola però.” precisa poco dopo, mentre mi scruta dal basso verso l'alto ed io mi sento scorrere un brivido lungo la schiena.
Not with me...
Cos'è, per caso non sono abbastanza bella?” M’incalza mentre la sua mano destra va a cominciare a slacciare i bottoni della camicetta a quadri che le copre il petto. Distolgo lo sguardo puntandolo verso il basso, cercando di sfuggire alle sue occhiate provocatrici. Il respiro mi si mozza in gola e stavolta ho il terrore che non sia per la vergogna, ma per qualcos'altro di … peggiore. Capire cosa sto provando è una reale impresa. Vergogna, eccitazione, disagio, negazione e desiderio.
"Non... non è questo Nami. I-io ho... sono ancora... nay.. cioè... è sbagliato... n..."

Non riesco a concludere la frase che Nami scatta in avanti, senza preavviso e senza freni. Se prima era calma adesso sembra aver perso quello che la teneva ferma. Prima che possa fermarla ha già le mani intorno al collo e spinge senza disagio il suo corpo contro il mio. Sorpreso cerco di allontanarla spingendola per le spalle, ma mi anticipa, andando a poggiare prepotentemente le sue labbra contro le mie, in un bacio che non sa né di carezze né di amore, solo di una chiara passione animale e istintiva. La mie mani scivolano senza controllo sui suoi fianchi stretti, accarezzandoli. Sento che sto per lasciarmi andare quindi la stringo, ma questa volta non per abbracciarla. Ci metto più forza e la sposto letteralmente di peso. 

Damn! Che cazzo ti sei in messa in mente Nami?” vorrei urlarglielo, ma mi manca il fiato per farlo e quindi ne viene fuori un mormorio strozzato. Sento caldo ed una parte di me non sembra non essere proprio d’accordo con il mio rifiuto di quella situazione, con la mia speranza di rimettermi ancora con Beth.
Lei riapre le labbra e Dio solo sa come riesce ad essere così abile ad attrarre un uomo. “Per essere un Roser, Phil… ne hai da imparare. Forse dovresti cominciare a comportarti più da Roser che da Corer.” Sibila muovendo le proprie labbra, avvinandosi ancora. 
Quanti mesi sono che non vai a letto con una ragazza, uhm?” domanda con un sorriso bastardo sul viso, mentre si alza un poco sulle punte per raggiungermi, per potermi osservare negli occhi. Sfuggo al suo sguardo, sfuggo alla sua domanda, svicolando con il capo per allontanare il suo respiro dal mio. “Da quando ti sei mollato con quella stupida rossa, right? Era ancora prima dell'inizio della guerra e tu… sai di averne voglia.” Non rispondo perché oramai il suo corpo torna vicino al mio e va a premersi addosso con una dolcezza selvatica. Sento il contatto, il suo respiro, il suo profumo ed il battito accelerato del mio cuore. Non ho il coraggio né la voglia di spostarla. 

Ti sei chiuso qui dentro perché stasera non vuoi pensare a nulla, soprattutto alla paura e ai sensi di colpa, hai?" Mi rifila un sorriso da canaglia, mentre io deglutisco a secco senza poter smentire. Ne osservo gli occhi chiari così vicini ai miei e vado a stringere le labbra. Sento il suo respiro contro la pelle e un altro brivido mi scorre lungo la schiena. 
E allora smettila di reprimere quello che provi. Sai…” anticipa mentre le sue mani scendono sui miei fianchi, avvicinandosi lentamente alla cinta dei pantaloni, sbottonandola. “Noi Roser abbiamo un detto e sono sicura che lo sai: I'm a roser and I will do everything to survive.” Sfila lentamente la cinghia. “For just one hour, let it free, Philip.” Conclude infine prima di tornare ad appropriarsi prepotentemente delle mie labbra, mentre le sue mani ora slacciando i pantaloni, lasciandomi la liberà della sua camicetta, che viene aperta con un gesto secco.

Nami mi salta letteralmente addosso dando inizio alla passione, cingendomi il viso con le mani, ed il corpo con le gambe. Per questa ora non penserò alla guerra e neanche al fatto che probabilmente morirò sotto uno dei ponti. Non penserò a quello che non sono riuscito a fare e alle promesse che non riesco a mantenere. Almeno per un ora sarò tagliato fuori, con i sensi offuscati dalla passione. Non è amore, no... è solo... voglia... di sentirmi bene per un po'.
Per una volta mi comporterò da Roser, per una volta sarò libero come i bimbi smarriti di Gokinai, per una volta, farò quello che voglio per sopravvivere. So che non saprò darmi pace per questo sbaglio madornale, so che rimpiangerò questa cosa che non andava fatta.
Tra un ora.

Nami - 2496 - Boros 

martedì 22 ottobre 2013

Bullfinch - 21/10/2515


L’azione è concitata sulla riva Nord, coperta dalla vegetazione della giungla, del Morgan River. Gli Alleati hanno sfondato e stanno attaccando la prima linea dell’esercito Confederato. 
I proiettili perforanti dei gatling Alleati e quelli standard dei fucili dei Browncoats s’incontrano in mezzo agli alberi, sotto gli alberi. Ovunque. Ognuno ha una posizione, chi in attacco, chi in difesa. Ognuno stringe il proprio fucile che spara colpi verso il relativo nemico. La paura, il fiato corto e lo spirito di sopravvivenza guidano le mani e gli occhi spalancati del ragazzo di Boros.  
La granata a frammentazione esplode a neanche un metro da lui. Le schegge bucano la protezione balistica della tuta e s’infilano sotto la pelle come lame roventi scagliate a grande velocità. Esattamente quello che sono.  
Il dolore acuto al braccio e all’intero lato destro del corpo arriva improvviso e inclemente, strappando un urlo strozzato dalle labbra sporche e sudate del meccanico. Viene sbalzato in avanti dall’onda d’urto e vola inerme verso uno dei tanti alberi della giungla. Vede il tronco arrivare a grandissima velocità, ma scivola nell’oblio nero del dolore ancora prima d’impattarci…

Il ragazzo si tira di scatto a sedere dentro il sacco a pelo steso a terra. Gli occhi azzurri sono sbarrati e ancora persi nel conflitto avvenuto nel sogno, ma così reale da avergli mandato il cuore a mille. Il viso e la maglietta sono completamente bagnati da un sudore gelido, che gli si appiccica addosso a causa dell’afa della notte. Le labbra sono leggermente aperte, in un mix perfetto tra un urlo e una forzosa ricerca d’aria.
Gli occhi azzurri, ancora assenti, si muovono in una rapida panoramica intorno a sé.  Solo altri commilitoni che stanno dormendo nei sacchi a pelo dell’accampamento. Non c’è nessuno scontro in corso. Il meccanico abbassa lo sguardo e si osserva le mani. Tremano. Tremano senza che lui riesca a fare nulla per fermarle. 

La testa del ragazzo lo riporta a ore prima, ben più a Sud di dove si trova in quel momento. Lo riporta al gruppo di avanguardia insieme a Volkov e Eivor Edwards, appostato al limite della giungla nei pressi del West Bridge per spiare le mosse alleate. Mosse che mostrano il completamento del corridoio per i mezzi pesanti e la certezza che in meno di quarantotto ore tenteranno di passare il ponte e sfondare. Si ricorda la voce di Volkov che ordina di trovare una strada sicura per ripiegare indietro e le parole di Eivor Edwards mentre strisciavano nel fango verso Nord. Si ricorda ancora il cuore in gola e la certezza che oramai sono arrivati al temuto scontro diretto. 

Torna ad osservare le mani che tremano e quindi va a chiuderle a pugno, sentendo le dita opporsi con una rigidità che non gli appartiene.
Stringe le mani, stringe i denti, stringe il cuore  per costringerli a fermarsi. Non riesce a fermare i tremiti dovuti al nervosismo  e alla paura. Come si fa a fermare del tutto la paura? Lui non lo sa. Credeva di saperlo, ma dopo aver visto le fronte degli alberi della riva opposta ondeggiare come scosse da un terremoto, il ragazzo non ne è più tanto sicuro.
Ripensa a un tipo di un altro battaglione, più ad Ovest, che gli ha detto che senza paura non c’è coraggio. Ma lui ha solo paura, non ha coraggio. Non è un tipo coraggioso o audace. Mai stato. Sa però che non vuole esser un codardo. No. Ha ancora qualcosa, o meglio qualcuno, da proteggere.

Stringe ancora i denti e le mani con più determinazione, cercandola anche dentro a se stesso, fino a ficcarsi le unghie nei palmi. Dopo qualche istante smette di tremare. 
Sa che probabilmente gli capiterà ancora, che quello è solo un momento di pausa,  ma sa che anche le altre volte opporrà quella stessa stolta, istintiva e disperata determinazione. 

Quella di chi sembra non aver niente, ma in realtà ha tutto da perdere.

mercoledì 11 settembre 2013

A Bullfinch fa caldo

Su Bullfinch fa caldo, certo meno che a Greenfield o a Boros, ma comunque  Polaris si fa sentire quando ci lavori sotto tutto il santo giorno. Le bombe lanciate da quei bastardi dei mercenari sono cadute sulle case della periferia, senza pietà, senza giustizia, solo con l’intento di distruggere non curandosi di ciò che c’è sotto. 
Sento dentro di me una rabbia che non è facile descrivere, alimentata dalla consapevolezza che  sono solo le prime bombe. Arriveranno quelle a tappeto e sarà molto peggio. E’ una cosa che ho già visto, tempo fa a casa, durante la guerra a casa.

Sono passati tanti anni però non mi scordo neanche un secondo di quel periodo, never. E’ qualcosa che ti rimane nell’animo e nella mente, sempre pronto a posarsi davanti agli occhi senza preavvisi per non farti dormire la notte. La tua terra in fiamme, il rombo delle corazzate interplanetarie che entrano nella bassa atmosfera, il sibilo delle bombe prima dell’esplosione, i corpi straziati… Dio no! Non posso e non voglio scordare , non sarebbe giusto.
Boros non è mai stato un grande pianeta, l’ammetto, ma è il mio pianeta. Certo, non era facile viverci, non lo è tutt’ora. però è la mia terra.  E’ il posto a cui appartengo, è l’unico posto che posso veramente chiamare Casa. Quando nasci con una terra sai che sei legato ad essa e che quella sarà la tua vita. Non è qualcosa di oppressivo, anzi tutt’altro. Un uomo senza terra è un uomo a metà, gli mancherà una parte di sé.  Io lo so. 

Lo so più che bene.

Mia madre aveva una piccola fattoria, più defilata rispetto al resto del villaggio di Desert River, ma in mezz’ora di cammino riuscivamo ad arrivare al mercato.  Me la ricordo ancora perfettamente, sarei in grado di dire il numero esatto di assi di legno del soffitto oppure la quantità di crepature dei mattoni d’argilla. Eravamo ai confini del Central Desert, a poche miglia di distanza. E’ un posto dove manca totalmente cibo e acqua, se non in rare oasi, e non vi sono rifugi contro il sole torrido di Columba.  Mi  piaceva restare seduto sul davanzale della finestra del retro a fissare il deserto, anche per tante ore di seguito. Mi chiedevo che cosa c’era dall’altra parte, mia madre non lo sapeva, e se era meglio di Desert River. Volevo scappare, fuggire lontano da quel posto dove stavamo male, dove tutti ci trattavano ingiustamente. Quando glielo dicevo a mia madre lei mi metteva le mani sulle spalle e si abbassava sulle ginocchia, così da potermi osservare dritto negli occhi. 

Non si scappa dalle responsabilità e dai problemi Philip. Si convive tutti i giorni con le proprie scelte.

Ricordo ancora le sue parole e forse solo adesso comprendo cosa voleva dirmi. All’epoca ero solo un bambino, non riuscivo a capire perché dovevamo stare male. Io piangevo, volevo scappare. E’ orribile essere umiliati tutti i giorni, sempre, per qualcosa per cui non hai colpa. Non si scelgono i genitori.
Avrei voluto odiare mia madre, ma sapevo che non era neanche colpa sua. Era di mio padre, di quel vigliacco approfittatore. E’ sfuggito dalle sue responsabilità, ben sapendo che gli toccavano.  Mia madre no,  voleva restare lì per dimostrare a tutti che lei invece non sarebbe scappata, no, glielo avrebbe dimostrato a vita. Per lei e per me.

L’ha fatto fino a quando le bombe non hanno cominciato a cadere a tappeto su tutta la regione di Gokinai e di Rock Valley.  La nostra terra veniva bruciata e, improvvisamente, il deserto alle spalle di casa non era più l’unico posto desolato.
Un giorno stavo cercando di tagliare un ciocco di legno mentre mia madre raccoglieva le verdure dal piccolo, quanto sterile, orto che avevamo quando tre raptor solcarono il cielo sopra di noi a una velocità incredibile. Ricordo che mia madre gridò di spavento, mi prese un braccio e mi sbatté  contro il muro, sotto la tettoia.
Io non capivo il motivo di quella paura, anzi continuavo a fissare con gli occhi spalancati quei cavalli di ferro… sì all’epoca pensavo fossero dei cavalli, non avevo mai visto nulla del genere  nella mia breve vita anche se sapevo che esistevano le navi spaziali.  Ero meravigliato, stupito da quelle cose volanti. Erano qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo e incredibile… almeno per me. 

Qualcosa di terrificante per tutti gli altri.

Non si fermarono dai noi, forse neanche ci considerarono, ma si diressero in formazione verso Desert River e sganciarono le loro bombe.
Il rumore era assordante, tanto che io e mia madre dovemmo coprirci le orecchie con entrambe le mani, nonostante fossimo abbastanza distanti dal luogo d’impatto. Poi la terra tremò, così, senza nessun motivo apparente. Finii con il muso a terra, le mani strette sulle orecchie e la sabbia in bocca. Allora anche io urlai di paura.  C’erano delle luci accecanti, sembrava che i tutti lampi delle rare tempeste stagionali si fossero raccolti in un solo punto. 
La nostra cittadina.

Improvvisamente , così come era iniziato, tutto finì.  La terra sotto di noi cessò di sussultare, anche se lo fece in un modo simile all’ultimo rantolo di un animale morente. Mia madre mi spedì in casa con un tono che mai aveva usato, anche se alle mie domande disse che andava tutto bene. Disse che sarebbe andata al villaggio per vedere cos’era successo e mi proibì categoricamente di uscire. Chiuse la porta a chiave e se ne andò lungo la strada con un andatura traballante.  Io la guardai dalla finestra e notai facilmente una grossa cappa di fumo in lontananza.

Ero confuso, ma anche impaurito. Più di quello che era successo mi spaventava l’espressione di mia madre. Non l’avevo mai vista così ed era chiaro anche per me che non era tutto a posto. L’angoscia e la paura mi colsero d’improvviso. Mia madre stava andando dove c’era il fumo!
Non ricordo granché di come ci riuscii, ma scassinai la porta con… non saprei dire neanche cosa fosse… e mi precipitai fuori di corsa, dabbasso, lungo il sentiero di terra battuta.  Quando raggiunsi il villaggio non credevo ai miei occhi. 

Era qualcosa d’impossibile. 

Alcune strutture erano in preda alla fiamme e le strade erano occupate dalle macerie delle case. Poche cose erano ancora in piedi. Gli abitanti correvano avanti e indietro cercando di mettere in salvo il salvabile.
La cosa che mi sconvolse, però,  non erano le fiamme, bensì la moltitudine di corpi spari ovunque.  A terra, in mezzo alle macerie.... c’erano così tante persone in pose scomposte, a volte talmente tanto sconquassate dalle bombe che erano solo una poltiglia di sangue e carne. Il grasso colava dalla pelle di alcuni, altri urlavano in modo straziante per il dolore. L’odore di carne bruciata era ripugnante. Gli altri bambini come me piangevano terrorizzati. Lo facevo anche io, anche se non me ne accorsi subito.  Mi sentii male e caddi in ginocchio, le mani appoggiate sulla pancia e l’anima scagliata sul ciglio della via.  

Se via ancora si poteva chiamare. 

A un certo momento intravidi mia madre correre insieme ad altri con una bacinella d’acqua. Allungai la mano e cercai di parlare, ma non ci riuscii. Non mi usciva neanche un filo di voce, l’avevo persa prima con il pianto incontrollato.
Lei non si fermò, probabilmente non mi notò neanche in tutta quella confusione. Avevo paura, ero veramente terrorizzato. E’ un sensazione così forte che non si può descrivere a parole. Ti senti come dilaniato, nonostante tu stia bene fisicamente. Ero come svuotato da tutto, la paura profonda era sovrana. Non era, tuttavia, il panico provato poco prima, ma qualcosa di diverso. Non ragionavo, non riuscivo a mettere insieme nessun pensiero logico. Ero… non so neanche io come spiegarlo. 

Ero vuoto e stordito.

Mi costrinsi ad alzarmi  e ad andarle appresso, anche se barcollavo nel passo.  Percepivo le gambe molli, come la pasta del pane non ancora lievitata. Sembravano non volermi sostenere per farmi andare avanti. La Main Street era uguale all’ingresso del villaggio: Fuoco, fumo, puzza di carne bruciata, feriti e cadaveri. Ero un bambino, ma presto mi abituai a quella vista.
Ci furono altre scariche, finché mia madre decise che dovevamo andarcene da casa. Nel giro di pochi mesi la situazione era diventata insostenibile. Non c’era più cibo, le poche coltivazioni erano state distrutte, l’acqua era inquinata, le malattie imperanti ed oramai eravamo rimasti solo un cinquantina, forse anche meno. Profughi, ecco cosa eravamo diventati.   
Dei profughi.

Mia madre mosse per Goinaki, alcuni vennero con noi, altri invece si spostarono non so dove. La città era più soggetta ai raid perché bersaglio facile, l’avevamo imparato, ma ormai eravamo alla carestia. Quel poco di vettovaglie che c’erano arrivavano direttamente in città, non avevamo molta scelta. O morivamo di certo per fame o malattia oppure rischiavamo di morire sotto le bombe.
Avevo sempre sognato di andarmene, ma non in quel modo, non così. Sapere di star lasciando casa tua, probabilmente per sempre, è un dolore, una tristezza che ti scava dentro. Mia madre mi disse che potevo piangere solo una lacrima, soltanto una, a patto che fosse buona. Era dannatamente buona.

Una mano sulla spalla mi riporta prepotentemente al presente. Mi accorgo di avere gli attrezzi in mano e di star fissando il vuoto, chissà da quanto. Il proprietario della mano mi comunica che la giornata è finita, che posso andare a riposarmi un poco e che il caldo fa brutti scherzi alla testa. 
A Bullfinch fa caldo… troppo caldo.